«C’è bisogno di ribellione», il vincitore del Premio Renner racconta il suo Prometeo

«Il mio Prometeo? Un eroe che sta agendo la ribellione e che non nasconde la paura collegata a questo atto».
Daniele Castellano, vincitore della seconda edizione del Premio Renner per il Contemporaneo, si presenta così in una mattina di fine autunno a Minerbio. Lo accogliamo nello showroom-galleria di Renner Italia dov’è esposta una selezione di opere dedicate all’Azzurro. Indugia di fronte a Guado, l’opera di Michele Cazzaniga che ha meritato i 10.000 euro nel 2018. Annuisce in silenzio.
Castellano, quindi sono tempi in cui c’è bisogno di ribellione?
«Sì, senza dubbio».
Perché?
«Viviamo un mondo diseguale. Di fronte alla disuguaglianza non può esistere la neutralità. Quando ho scoperto che il tema 2019 del Premio Renner era il colore Rosso ho immediatamente immaginato una luce rossa diffusa. I temi legati al fuoco sono molteplici, ma il primo collegamento che mi è balzato in mente è stato Prometeo. Un classico che offre un sacco di spunti: l’uomo, il potere e la ribellione, appunto».
La ribellione pervade il suo Prometeo. Perché ha deciso di inserirlo in un paesaggio surrealistico?
«In ogni opera desidero che il paesaggio e il tempo siano altri rispetto al contesto originale. Voglio tirare fuori le scene dal tempo».
L’illustrazione è un omaggio alla metafisica?
«De Chirico, la metafisica, Sironi e i surrealisti sono sempre stati la mia ispirazione. Il periodo Neoclassico di Picasso poi ha sempre avuto una forte influenza su di me, come si può appunto notare nella figura del Prometeo».

Sullo sfondo si elevano le sagome scure di alcuni promontori…
«Disegno spesso le montagne, le adoro. In questo disegno non hanno una funzione allegorica. Semplicemente volevo far vedere l’Olimpo da cui il mio personaggio è fuggito e spezzare la linea dell’orizzonte».
In che momento della giornata fugge il suo Prometeo?
«L’alba. Anche se la questione può essere ambigua. Per me l’alba è sempre stata più fredda. Per questo il colore della luce all’orizzonte è dato da un verde complementare che esalta ancora di più il contrasto con il rosso, creando un’aura spettrale. Nella mia testa, Prometeo ruba la luce degli dei, ma la luce degli dei in fin dei conti è il Sole. Secondo il mito, Prometeo ruba il fuoco dal carro di Hélios. Per questo, nella mia illustrazione la luce degli dei è diametralmente opposta alla sua. Ecco spiegato il verde complementare in combinazione con il rosso».
Prometeo è una figura cristallizzata nella sua fuga, monumentale, soprattutto nelle gambe. Invece c’è un movimento incessante che pervade la fiamma seguitando sui capelli.
«Disegno in modo molto scultoreo perché quando ero adolescente facevo modellismo e scolpivo. In seguito ho cominciato a dipingere, facendo miniature, quindi creando chiaroscuri su una cosa che è già tridimensionale. Sono abituato a ragionare in maniera 3D. Prima delle forme, penso ai volumi delle cose: le giro nella mia testa».
La fiamma è l’unico elemento con una dominanza di giallo.
«Il fuoco è così. Soltanto alcune parti del fuoco e la luce emanata sono rosse. Del resto la fiamma spesso sta tra l’arancione e il giallo. Il fuoco allo stesso tempo è rosso: spesso il fenomeno cromatico non coincide con l’idea cromatica che abbiamo di qualcosa. Il fuoco è rosso, associato al calore, anche se a livello fenomenico è arancione, giallo, blu, verde».
Ci racconti di lei.
«Ho preso la maturità scientifica a Rimini, anche se ho sempre disegnato nel mondo del fantasy e della fantascienza. Ero uno di quei ragazzini che si chiudeva in camera e leggeva il Signore degli Anelli per ore. Poi ho capito che volevo approfondire il disegno perché il liceo scientifico mi ha fatto abbastanza penare. Alla fine mi sono iscritto all’Accademia di Brera a Milano, un po’ a caso. Mi aspettavo tutt’altro rispetto a quello che era veramente l’Accademia, mi sono sentito fuori posto. In ogni caso è stata un’esperienza sensata perché da lì ho capito che volevo fare veramente l’illustratore. Sono andato a fare l’Isia a Urbino: avevano appena aperto il biennio di illustrazione, noi eravamo i primi. In quei due anni ho fatto un’esperienza universitaria davvero significativa. Ho conosciuto altri colleghi con cui tuttora collaboro. La mia tesi all’Isia è stata a quattro mani insieme a Bruno Zocca: un libro illustrato per una casa editrice colombiana».
Ma in Italia è così difficile fare gli illustratori?
«Dipende. Adesso c’è chi ci riesce molto bene. Dipende da cosa fai, perché l’illustrazione racchiude molte forme di disegno e lavori diversissimi. Tanti lavorano in digitale e hanno un tempo di realizzazione dell’opera nettamente inferiore al mio. Questo però non va a compromettere la qualità».
Quanto ha impiegato per completare il suo Prometeo?
«Due pomeriggi. Lavorare sul nero per me è estremamente più semplice».
L’approccio funziona al contrario dunque?
«Funziona che disegni la luce. Con la luce è più facile delineare i volumi piuttosto che le sagome. Non devi fare i contorni, non devi fare una sagoma distinta. Come facevano i pittori del ‘600, primo tra tutti Caravaggio, che si metteva a dipingere senza disegnare le sagome prima. È un modo di lavorare più pittorico, ma cerco sempre di renderlo grafico».
Si esprime soltanto a matita?
«Prevalentemente a matita».
Consiglierebbe a un giovane di intraprendere questa professione?
«Sì, lo consiglierei, ma gli direi di pensarci bene. Bisogna avere moltissima pazienza. Più che in altri settori».
Perché?
«Perché in ambito creativo attualmente vengono richieste altre qualità, non soltanto essere un bravo disegnatore e avere buone idee. Devi autogestirti, essere imprenditore di te stesso, promoter e social manager, segretario. Una sorta di piccola azienda in una persona sola».
Come investirà i 10.000 euro del Premio Renner?
«In parte li investirò nell’allestimento del nuovo studio e nell’acquisto di un tecnigrafo. Poi mi consentiranno di dedicarmi esclusivamente a un nuovo progetto che avevo in mente da tanto. E sicuramente un viaggio in Asia non me lo toglierà nessuno».

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