COLORART: IL VERDE, DA ILLEGALE A SIMBOLO DEL CINEMA DI HITCHCOCK

Norimberga, gennaio 1386. Hans Töllner, tintore, viene fermato e messo sotto processo: sarà condannato a pagare una multa salatissima, sarà esiliato e infine radiato dall’arte dei tintori. La sua colpa? Avere tinto di verde. Come ricorda Riccardo Falcinelli in Cromorama, a quel tempo un tintore poteva tingere di un solo colore e solo determinati materiali, per regolamentare il mercato e tenerlo sotto controllo. Hans aveva una licenza per tingere la lana di blu e nero, ma nel suo laboratorio furono scoperte alcune vasche di giallo: tingeva di verde, immergendo prima la stoffa nel blu di guado, poi nel giallo di luteola. Allora, tingere mischiando due sostanze per ottenere un terzo colore è illegale.

LA TAVOLOZZA E LE MISCELE SEMPRE PIÙ DIFFUSE

Passarono due secoli, e nacque quello strumento che avrebbe reso la miscela di più colori assolutamente diffusa: la tavolozza. Frutto della nascita della pittura a olio, più stabile contro i cambiamenti atmosferici – fino al Quattrocento si lavorava su affreschi o con le tempere –, la tavolozza divenne l’elemento che, per antonomasia, caratterizza il pittore. Di lì a pochi anni cominciò l’animata discussione sull’esistenza di colori più importanti, dai quali partire per farne altri: il dibattito sui colori primari era aperto.

IL VERDE SMERALDO DI HITCHCOCK

Da sempre, il verde è un colore molto amato. È il più diffuso sul pianeta, quello di cui si vedono più sfumature. Acceso, vivace, perfetto per il Techicolor: è anche per questo motivo che Alfred Hitchcock, nel 1956, lo rese protagonista, insieme con il rosso rubino, del suo capolavoro La donna che visse due volte. Scottie e il suo amore per Madeleine e per Judy, il loro rapporto e le loro psicologie, nel film, sono caratterizzati proprio da questi colori. «Per fare questo, Hitchcock attinge a due modelli molto amati nel dopoguerra – scrive Falcinelli in Cromorama –: le teorie artistiche incentrare sulle contrapposizioni coloriche e il simbolismo psicanalitico, presente anche in altri suoi film come Marnie».

IL VERDE DI JUDY, IL GRIGIO DI MADELEINE

Ne La donna che visse due volte, Madeline ha i capelli sempre raccolti, di un biondo platino, apertamente finto, sintetico. Costretta nel un tailleur grigio, per il regista diventa il simbolo della sessualità frenata, castigata. Judy è castana, ha i capelli arruffati lasciati cadere morbidi sulle spalle. Truccata e appariscente, al contrario rappresenta la sessualità esibita. Quando entra in scena indossa un abito verde smeraldo, con orecchini grandi e vistosi. La prima volta che appare, Madeleine indossa un abito da sera nero con una stola verde: «Ma più che a un abito siamo di fronte a un indizio. Il verde è difatti un intruso: è il colore di Judy, non di Madeleine. Ci viene rivelato un pezzetto della seconda donna: quel verde non è un dettaglio, ma un’anticipazione» di quello che accadrà, sottolinea Falcinelli. Per il resto del film, Madeleine non indosserà più capi verdi. Quando Scottie salva per la prima volta Madeleine e la porta a casa sua, indossa un maglione verde, smettendo gli abiti più neutri che di solito indossa e, di fatto, mettendosi a nudo. Nel film si susseguono dettagli verdi: la macchina di Madeleine, la luce che, alla fine, circonda una Judy stremata, che ha accettato di vestirsi come la prima donna.

IL VERDE COME SIMBOLO DEL POTERE DELLA VITA

In Cromorama, Falcinelli non ha dubbi: «Nelle mani di un grande autore il colore non è decorazione, è struttura. La fobia raccontata dalla trama ha a che vedere con il vuoto, ma ce n’è una più profonda, che ha a che fare con verde. Un colore duplice che rimanda ora al mondo naturale, ora alla marcescenza». Judy è verde, può dare la vita e può toglierla. Scottie la teme: «Teme quel verde e la rivuole grigia. Il verde è l’analogo della paura non tanto del vuoto (che è solo una scusa), ma del potere sessuale delle donne».